Il muro nella mente

Queste righe sono il risultato delle nostre ricerche in occasione del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Gli spunti ci sono stati forniti dalla professoressa Lorena Marchetti.

«Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.» (9 novembre 1989, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR).

Quando fu costruito, nel 1961, Il Muro di Berlino ebbe ovviamente un forte impatto emotivo, sociale e culturale, non solo sui cittadini di Berlino o della Germania, ma anche nel resto del mondo. Al momento della sua erezione il muro separò, apparentemente per sempre, famiglie e amicizie, lasciando entrambe le metà della città, dopo l’incredulità iniziale, nello sconforto e nella disperazione.

Il periodico statunitense, Rolling Stone, ha intervistato lo scrittore e intellettuale di Lubecca, Peter Schneider che profeticamente scriveva: «Ci vorrà più tempo per eliminare il muro dalle nostre menti di quello impiegato da qualsiasi società di demolizioni per abbattere il muro che possiamo vedere». L’intervistatrice Raffaella Oliva ha chiesto a Schneider : “Lei ha coniato l’espressione ‘Il muro nella testa’ proprio per dire che, anche dopo il crollo, il Muro avrebbe continuato a condizionare i pensieri dei singoli individui? Lo scrittore ha chiarito: “La mia era una risposta alla retorica con cui si sosteneva che dopo la caduta del Muro i tedeschi sarebbero stati tutti fratelli. Com’era possibile che ciò accadesse dopo quasi 30 anni di separazione durante i quali due parti della popolazione tedesca avevano vissuto sotto due sistemi completamente diversi sotto il profilo economico e politico? Il capitalismo occidentale da un lato e il socialismo sovietico dall’altro avevano favorito lo sviluppo di due culture profondamente differenti. Prevedevo, per esempio, che di fronte a una protesta di piazza a Kurfürstendamm un ragazzo dell’ex Berlino Ovest avrebbe reagito con entusiasmo considerandola un segno della libertà di espressione, mentre un suo coetaneo cresciuto a Berlino Est, sotto il controllo della Stasi e la censura di ogni forma di dissenso non avrebbe interpretato quella stessa protesta come un moto spontaneo, ci avrebbe visto qualcosa di controllato dalla polizia. Perché il muro nella testa è più stabile di quello di cemento.”

Muro e Porta di Brandeburgo, 9 novembre 1989.

Dell’intervista desideriamo riprendere anche questo passaggio: “Crede sia così ancora oggi, a 30 anni dalla caduta?” “Più di quanto potessi immaginare. Credevo che nel giro di una generazione certe differenze sarebbero scomparse, ma non avevo calcolato che bambini e giovani sono attorniati da genitori, nonni, bisnonni, zii, parenti, adulti che tramandano loro una determinata visione di quanto accaduto: la loro visione. Motivo per cui il flusso della storia persiste molto più a lungo della vita di una generazione.” L’intervista termina con un consiglio dello scrittore: “Un consiglio che darebbe oggi ai nati dopo il crollo del Muro di Berlino? Di pensare con la loro testa, non con quella degli altri.”

Alba Hykaj, Martina Garattoni, Asia Scattolini. 5A Tur.

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