La professione del giornalista di una rivista di geopolitica: parla Fabrizio Maronta

Fabrizio Maronta, redattore e responsabile delle relazioni internazionali della rivista di geopolitica Limes, invitato  nella nostra scuola per la conferenza sul progetto Mediterraneo, ha rilasciato alla nostra classe un’intervista sulla sua professione di giornalista. Tante le domande a cui ha risposto volentieri per conoscerlo più da vicino. Tra gli argomenti richiesti anche i sogni nel cassetto, i progetti per il futuro e infine qualche consiglio rivolto a noi giovani studenti per guardare al futuro. Lo ringraziamo per quest’occasione davvero unica, per la sua disponibilità e simpatia.

La riportiamo fedelmente.

  • Come è iniziata la sua passione per il giornale? Cosa l’ha spinta a percorrere questa professione?

Le passioni nascono spesso in maniera assolutamente improbabile, non sono nato con l’idea di fare il giornalista. La vita è sempre uno strano miscuglio di eventi fortuiti e di cose che cerchiamo di pianificare e poi a volte va come noi vogliamo. Nel caso specifico a me la politica internazionale è sempre piaciuta, per questa ragione ho scelto  la facoltà di scienze politiche con l’ indirizzo in  studi internazionali. Non avrei giurato al tempo che avrei fatto il giornalista. Il caso ha voluto che la rivista per cui lavoro e che già conoscevo ha un direttore che si chiama  Lucio Caracciolo, che è venuto ad insegnare per un periodo all’università dove studiavo. Alla fine gli  ho chiesto la tesi di laurea e lui me l’ha  concessa e da lì abbiamo iniziato questa frequentazione [..]

Ho cominciato poi a collaborare con la rivista e ho fatto un concorso da giornalista. Il giornalismo è una professione molto ampia, si può essere giornalisti di cronaca, giornalisti inviati di guerra, giornalisti economici, giornalisti parlamentari, sono professioni che rientrano sotto il grande cappello del giornalismo, ma in realtà sono lavori diversi tra loro. Quindi il mondo del giornalismo è molto vario,  ma uno dei tratti comuni dovrebbe essere l’etica professionale dello scrivere cose vere, non inventate  per informare correttamente e far capire quello che si scrive.

  • Come mai ha scelto una rivista di geopolitica?

Come ho detto prima, ho scelto la rivista e allo stesso tempo la rivista ha scelto me. Nel corso di questi anni per mia fortuna ho avuto anche altre occasioni di lavoro ma alla fine mi sono concentrato su questa rivista perché è una sorta di mosca bianca, non c’è qualcosa di simile nel panorama italiano e francamente non c’è qualcosa di simile probabilmente nemmeno nel panorama  europeo perché è una rivista che innanzitutto fa un uso piuttosto massiccio della cartografia e chiunque si occupi di politica internazionale, ma direi in generale di qualsiasi cosa che abbia a che fare con il territorio, sa che senza avere una carta geografica sotto gli occhi è impossibile capire. Non riesco ad appassionarmi a riviste di politica internazionale in cui magari ci sono 50 pagine scritte sulla guerra di Siria e non c’è una sola cartina che rappresenti la Siria, non riesco ad entrare nell’ argomento e questa è una caratteristica che mi è sempre piaciuta e mi ha spinto verso questa rivista. Poi c’è sicuramente un aspetto di libertà intellettuale, nel mondo del giornalismo c’e molto conformismo e spesso e volentieri i giornalisti scrivono quello che i loro lettori vogliono sentirsi dire perché in questo modo si vende di più, oppure scrivono quello che presumono che  il loro editore voglia sentirsi dire,  o voglia che venga detto ed è una forma di autocensura, addirittura peggio dalla censura imposta da qualcun altro. La nostra rivista questa cosa non ce l’ha, tant’è vero che molto spesso siamo stati criticati. Vi faccio un esempio ogni volta che facciamo qualche numero che parla per esempio di Russia oppure di Israele, puntualmente ci arrivano messaggi infuocati dei direttori che ci dicono alternativamente che parliamo troppo bene della Russia oppure che siamo, a seconda dei casi, troppo filopalestinesi o troppo filoisraeliani, troppo filosauditi o troppo filoiraniani, quindi diciamo in generale che questa dimensione di libertà intellettuale credo sia importante per la vita specialmente in un mestiere come questo. Poi  ultima, ma non meno importante, i colleghi sono simpatici, l’ambiente di lavoro è piacevole, questa è una cosa fondamentale in qualsiasi contesto di lavoro, anche a scuola credo lo sia.

  • Quali sono gli aspetti del suo lavoro che le piacciono di più e l’arricchiscono? Quali invece risultano più complicati?

Una delle cose che mi piacciono di più,  sembra strano ma  è proprio questa, poter conoscere realtà che non siano le 4 mura dell’ufficio, conoscere persone molto diverse tra loro, potermi relazionare con loro, sicuramente ci sono i viaggi anche all’Estero, spesso e volentieri si ha l’immagine di un giornalista, specialmente se si occupa dell’Estero, come di una persona che viaggia in continuazione, io grazie al cielo non sono quel tipo di persona che invece svolge la figura dell’inviato, o del corrispondente […] Questo riguarda una scelta di vita che molti fanno, sono  figure fondamentali nel giornalismo, ma questo presuppone che siano sempre in viaggio e si ha poco tempo per approfondire. Il giornalismo infatti è anche studio, se vuoi specializzarti in qualcosa devi studiarla. Facciamo un esempio, poco prima che scoppiasse la guerra in Siria quindi a metà 2015, ho fatto un viaggio lì, quel viaggio se fatto senza un minimo di contesto cioè senza minimamente studiare un po’ il paese, può rivelarsi un viaggio praticamente inutile, avrei potuto anche non farlo perché si può stare in un posto e non capire niente del posto. L’andare in giro capendo i posti in cui mi trovo, mi piace molto. La scrittura mi piace ovviamente sebbene abbia una componente di sfida molto grossa. Per quanto uno possa scrivere, ogni volta che si trova davanti alla pagina in bianco, all’inizio non è facile. La scrittura è a doppio taglio, da una parte appassionante, dall’altra ogni volta è come un “parto”, una sorta d’impresa. Quello che mi piace di meno sono quegli aspetti ripetitivi, a volte si ha un’immagine romanzata del giornalista, come di colui che fa cose sempre interessanti, ci sono invece degli aspetti nel lavoro che sono ripetitivi, oltre a scrivere e a curare articoli, quando arrivano articoli da altri, cerchiamo di aggiustarli. Quello è un lavoro abbastanza ripetitivo, di redazione, pieno di aspetti burocratici che sono spesso noiosi ma infine si ricompensano, per cui alla fine il gioco vale la candela.

  •  Quanta strada ha dovuto percorrere per arrivare a ricoprire il compito di responsabile delle relazioni internazionali?

Parecchia, voi considerate che mediamente il periodo di precariato che un giornalista affronta oggi è molto lungo, prima di poter avere una forma di inquadramento anche contrattuale con una retribuzione economica decente. Questo per una serie di ragioni che hanno a che fare in parte con il funzionamento del mercato del lavoro.  In questo paese che ha un mercato abbastanza chiuso, nel giornalismo esiste un ordine professionale che prevede si debba fare un esame per accedervi ma questo esame può essere fatto solamente se si hanno determinati requisiti ad esempio una delle condizioni è l’aver lavorato per una testata giornalistica, ci vuole tanto tempo. Il giornalismo è un mondo in cui in Italia e fuori sta attraversando dei cambiamenti veramente epocali, l’avvento di internet ha fatto una cosa che i giornalisti pensavano non sarebbe mai successa. Internet non crea informazioni, la diffonde, ci deve essere qualcuno che scrive l’articolo veritiero, altrimenti è una bufala. Non confondiamo il giornalismo con la disinformazione. Internet fa in modo che le informazioni siano più facilmente reperibili, una volta, al contrario,  bisognava andare a cercare tutto sul posto, oggi il mondo è stato sconvolto.

  •  In che modo riesce a conciliare gli impegni familiari con il suo lavoro? Cosa le piace fare nel tempo libero?

Bella domanda, il tempo libero è mio figlio di 4 anni, ci sono tanti tipi di lavoro. Ogni lavoro se fatto con passione comporta sempre aggiornamento, studio, però ci sono professioni che più di altre ti permettono di staccare quando finisci di lavorare. Questo bisogna saperlo fare perché non si può vivere di solo lavoro. Il giornalismo non rientra tra questi, in quanto il lavoro permea la vita, però non bisogna farsene sopraffare. Salvo casi eccezionali dopo una certa ora non rispondo più alle e mail: questo ho imparato a fare, ho scoperto che il mondo continua tranquillamente. Il tempo libero è quello di una persona qualsiasi: famiglia, sport…  Conciliare viaggi e famiglia si può comunque aggiustare.

  •  Ci può spiegare in modo semplice di che cosa si occupa la rubrica di Relazioni Internazionali? 

Non è una rubrica  quella delle relazioni internazionali, è una rivista che si occupa monograficamente ogni volta di un tema relativo a determinati Paesi in determinate situazioni. Per fare questo è necessario avere persone specificatamente preparate. La redazione è  attualmente composta da circa 15 persone e quindi è necessario  creare una rete di contatti; di volta in volta devono essere trovati autori che siano in grado di scrivere, quindi mi reco in un determinato Paese, fisso appuntamenti con persone, dall’esperto di economia e via dicendo, creo una rete di persone su cui potrò appoggiarmi dalla redazione e che possono scrivere. La rivista si occupa di relazioni internazionali e politica estera, ma una volta all’anno facciamo anche un numero sull’Italia,  mettendola in relazione con la realtà internazionale che la circonda, Europa, Balcani, Nord Africa.

  •   Quali sono i suoi compiti all’interno della redazione in qualità del ruolo che riveste?

La cosa che faccio molto è presentare il numero nuovo in uscita della rivista, nelle scuole, presso le associazioni culturali o le istituzioni pubbliche, all’università; si fa una conferenza che ha per oggetto appunto l’argomento presentato nel numero, poi scrivo articoli,  raccordo contatti con gli autori,  faccio il lavoro di redazione propriamente detto, aiuto anche la collega Laura Canali nella realizzazione di carte tematiche ….[…]  carte demografiche dove mettere sopra delle informazioni.

  • Si è mai pentito di avere fatto questa scelta?

Sì,  in un paio di occasioni, generalmente mi succede quando mi riesce difficile conciliare il lavoro con gli altri impegni. Ma questa domanda se la fanno un po’ tutti  e in tutti i tipi di lavori che si fanno, perché poi non esiste il lavoro perfetto, esiste il lavoro ideale che è quello che vi piace di più fare. Non esiste un lavoro che dia solo gioie e soddisfazioni, il lavoro migliore è quello che va meglio per te. Questo lavoro non mi ha mai indotto a cambiarlo.

  • Quando è stato fondata Limes? Con quali obbiettivi? Perché è stata scelta questa testata?

Limes è la parola latina che significa confine. E’ stata fondata da due persone, l’attuale direttore Lucio Caracciolo e da un geografo francese nel 1993, perché tra il 1989 (caduta del muro di Berlino) e gli inizi del 1993 sono accaduti una serie di eventi che hanno rivoluzionato la Germania (sconfitta nella II Guerra Mondiale). In quei tempi c’era quindi bisogno di una rivista che parlasse insomma di quello che stava succedendo.

  •    Di che cosa si sta occupando attualmente? Di che cosa tratterà il suo prossimo articolo?

Attualmente mi sto occupando della Corea ma anche dell’evoluzione europea e del destino della moneta unica, l’euro.

  •  Che cosa direbbe oggi a noi studenti per affrontare il futuro che ci aspetta, ha qualche consiglio?

Questa domanda è molto difficile, innanzitutto mettete passione in quello che fate.  La scuola può essere vissuta come un fardello però alla fine è un privilegio e l’impegno premia. Non bisogna scoraggiarsi, la scuola è futuro, studiate e spero vivamente che per voi sia facile  perseguire serenamente i vostri interessi.

  •  Ha dei sogni nel cassetto, dei progetti per il futuro?

Bellissima domanda. Fortunatamente il mio lavoro si basa su quello che ho studiato e che mi piace

Mi piacerebbe continuare la carriera e lasciare un segno, ad esempio scrivere un libro. Contribuire a rendere il Paese meglio di come l’ho lasciato.

Davide Bordini Alessio D’Angelo Classe 2° E enog.

 

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